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In
Australia una cittadina mette al bando l’acqua in bottiglia. Uno spreco di energia e spesso
una svendita della risorsa pubblica. Intanto anche il Congresso Usa affronta il problema
dell’impronta ecologica dell’acqua confezionata. E mentre nel mondo i consumi di acqua
imbottigliata calano, l’Italia resta il terzo consumatore al mondo.
La cittadina australiana di Bundanoon, 2500 anime nel New South Wales, la
settimana scorsa ha preso una decisione che la farà entrare nella storia: è la prima città
al mondo ad aver bandito dal proprio territorio l’acqua imbottigliata. In una riunione
della cittadinanza cui hanno partecipato in 350, solo uno ha votato contro alla decisione. A
far scattare il rifiuto definitivo di Bundanoon per l’acqua imbottigliata anche una
battaglia legale in corso con la compagnia Norlex Holding, che vorrebbe estrarre dalle falde
acquifere della cittadina 34 milioni di litri di acqua all’anno, per imbottigliarla a Sidney
(
120 miglia
distante) e, dunque, venderla.
“Perché - si sono chiesti gli abitanti di Bundanoon - quando si ha a disposizione gratis
dal rubinetto acqua ottima, sprecare energia per imbottigliarla e trasportarla, pagarla salata
e con fatica portarla a casa dal supermercato e poi, dopo averla bevuta, bruciare altra
energia per smaltire o riciclare imballaggi e bottigliette?” Una domanda di buon senso che
viene posta anche da diversi studi, come il dossier di Legambiente e Altraeconomia (pubblicato
a marzo, vedi allegato), che mette in luce anche lo scandalo delle concessioni
irrisorie con cui le aziende si appropriano della risorsa pubblica, o lo studio del Pacific
Institute sull’impronta energetica
dell’acqua imbottigliata (vedi secondo allegato).
Le confezioni di acqua da settembre spariranno così dai bar, dai ristoranti e dagli scaffali
dei negozi di Bundanoon, che potranno invece vendere bottigliette riusabili, da riempire in
loco a pagamento con acqua raffreddata e filtrata, o gratis alle fontane pubbliche (chi
decidesse di continuare a consumare o vendere acqua in bottiglia non incorrerà comunque in
sanzioni). Una scelta con cui la cittadina fa un passo avanti rispetto alla politica dello
Stato del sud-est australiano, già apertamente contraria all’acqua imbottigliata: il giorno
stesso dell’assemblea di Bundanoon, il Primo Ministro del New
South Wales, Nathan Rees, aveva bandito per legge l’acqua confezionata da
tutti gli uffici pubblici dello Stato
(salvo dover poi fare una parziale marcia indietro perché 3 grandi fornitori di bottigliette
hanno contratti con le strutture statali fino a marzo 2011). Comperare acqua in bottiglia per
gli uffici pubblici per Rees è “uno spreco di denaro pubblico e di risorse naturali.
In Australia la vendita di acqua in bottiglia – riporta il Times
raccontando la storia - è cresciuta del 10% lo scorso anno, mentre nel mondo e in Europa i
consumi sarebbero in calo: i dati del primo trimestre di Nestlè (proprietaria di moltissime
acque tra cui quelle del gruppo San Pellegrino) parlano di un calo del 4,1% rispetto
all’anno scorso. Ma mentre in paesi come
la Gran Bretagna
i consumi si sono ridotti del 9%, l’Italia resta affezionata alla bottiglia: con
196 litri
pro-capite all’anno, si scopre dal dossier Legambiente-Altreconomia, l’Italia
è il primo Paese in Europa per consumo di acque in bottiglia e il terzo al
mondo, dopo Emirati Arabi (260 l/anno procapite) e Messico (205). Ben il 98% delle famiglie,
infatti (dicono i dati
forniti nel 2007 a Mineracqua, l'associazione dei produttori di acqua minerale, da
GfK Eurisko e Gfk Panel Services) acquista con regolarità acqua minerale.
Intanto, sempre in questi giorni, il problema dell’acqua in bottiglia e della sua impronta
anche in termini di gas serra è approdato anche al Congresso
degli Usa, nazione in cui dal 1997 al 2007 il consumo procapite di acqua
confezionata è raddoppiato. Mercoledì scorso
la Camera
ha infatti ricevuto un report
del Government Accountability Office: in sintesi vi si mette in luce come l’acqua
confezionata sia meno sicura di quella del rubinetto e quanto rilevante sia l’uso
di energia, e dunque le emissioni, di questa filiera. Ora 13 lettere sono già
state spedite ad altrettante compagnie per approfondire l’inchiesta sul settore. Chissà che
anche gli States inizino a muoversi per scoraggiare questo spreco.
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